Medici ospedalieri nelle Case di Comunità? CIMO-FESMED: «Scelta sbagliata, occorre liberalizzare la professione»


Il sindacato dei medici contro il piano del Veneto di impiegare ospedalieri nelle Case di Comunità per salvare i fondi del PNRR: «Il contratto lo impedisce. Eliminare le incompatibilità previste per i dipendenti del SSN»  

 

Roma, 3 giugno 2026 – I medici ospedalieri non possono lavorare nelle Case di Comunità. Su questo la posizione della Federazione CIMO-FESMED è netta, fondata sia sul rispetto del contratto nazionale di lavoro sia su evidenti ragioni organizzative e di sostenibilità del sistema sanitario. Per questo motivo, CIMO-FESMED considera inaccettabile che alcune Aziende sanitarie, come quelle di Vicenza e Bassano, chiedano ai medici ospedalieri di lasciare i reparti per coprire turni nelle Case di Comunità: una iniziativa estremamente pericolosa, che potrebbe allargarsi ad altre Regioni.

 

Ma il contratto collettivo nazionale esclude che i medici che operano nei presidi ospedalieri possano essere coinvolti in servizi fuori sede. E, ancora prima delle norme, è il buon senso a suggerire prudenza: in una fase segnata da una gravissima carenza di personale medico e da liste d’attesa sempre più lunghe, sottrarre professionisti agli ospedali significherebbe aggravare ulteriormente le difficoltà nell’organizzazione dei turni e peggiorare la qualità della vita lavorativa dei medici.

 

«Il cerino non può, come sempre, rimanere in mano agli ospedalieri – dichiara Guido Quici, Presidente della Federazione CIMO-FESMED -. Non è ipotizzabile che, per giustificare il funzionamento delle Case di Comunità e non perdere quindi i fondi del PNRR, si pensi di utilizzare a costo zero i medici ospedalieri e non coloro che istituzionalmente dovrebbero ricoprire questo ruolo sul territorio, ovvero gli specialisti ambulatoriali. Una strada, questa, che prevede indubbiamente costi maggiori. Ma nella legge di Bilancio del 2022 sono stati stanziati oltre due miliardi di euro per finanziare il personale destinato alle nuove strutture territoriali del SSN. Che fine hanno fatto questi soldi?»

 

«In ogni caso, se davvero si vuole consentire ai medici ospedalieri di lavorare anche sul territorio – prosegue Quici -, si approvi rapidamente l’eliminazione delle incompatibilità oggi previste per i dipendenti del Servizio sanitario nazionale. Sarà così il singolo medico, in piena libertà e autonomia, a decidere come impiegare il proprio tempo al di fuori dell’orario di lavoro: se dedicarsi alla famiglia, ai propri interessi personali oppure svolgere attività professionale nello studio privato, nelle cliniche o nelle Case e negli Ospedali di Comunità».

 

«La liberalizzazione della professione medica è da sempre uno dei principi cardine del nostro sindacato. Va realizzata con urgenza e con equilibrio, per restituire attrattività alla professione e permettere ai medici di valorizzare al meglio il proprio lavoro e il proprio tempo», conclude Quici.

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Liste d’attesa, CIMO-FESMED: «No a visite rapide come pit stop e penalizzazioni dell’intramoenia»


Quici: «L’ospedale non è una catena di montaggio e i pazienti non sono pratiche da smaltire. E invece di demonizzare l’intramoenia, sarebbe più utile usarla bene. Finché non si interverrà sull’appropriatezza delle richieste, sul rafforzamento della sanità territoriale e sull’aumento del personale negli ospedali, nessuna guerra alle liste d’attesa potrà davvero dirsi vinta»

 

Roma, 11 maggio 2026 – La lotta alle liste d’attesa è diventata il mantra politico del momento. E ben venga: se i cittadini riescono ad ottenere visite ed esami in tempi più rapidi, non possiamo che esserne soddisfatti. Il problema è capire come si stanno ottenendo le riduzioni dei tempi di attesa tanto sbandierate. Perché i medici non sono improvvisamente raddoppiati, gli ospedali non si sono magicamente riempiti di personale e i concorsi continuano troppo spesso ad andare deserti.

Le segnalazioni che arrivano da diverse Regioni al sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED raccontano infatti una realtà meno trionfale dei comunicati ufficiali. A Trento e in alcune Aziende dell’Umbria, ad esempio, per aumentare il numero delle prestazioni si starebbero comprimendo i tempi delle visite e delle procedure, con pressioni sui professionisti che finiscono per trasformare il medico in una sorta di cronometrista della sanità, senza riuscire a dedicare il tempo necessario ai pazienti per ridurre errori, complicanze e inappropriatezze. Ma evidentemente qualcuno pensa che una visita valga quanto un pit stop in Formula 1.

E poi, puntuale come una tassa, arriva il bersaglio preferito: l’intramoenia. Da anni trattata come il male assoluto, nonostante sia spesso una delle poche strade che consentono al sistema pubblico di recuperare prestazioni che altrimenti finirebbero completamente nel privato puro e ai medici di prendere realmente in carico i pazienti, guadagnando – è bene ricordarlo – solo il 30% della tariffa pagata dal paziente: il resto va su varie voci, tra cui un fondo aziendale da utilizzare proprio per l’abbattimento delle liste d’attesa.

In Sicilia, ad esempio, il rapporto tra attività libero-professionale e istituzionale viene calcolato prendendo in considerazione soltanto l’attività ambulatoriale e non quella complessiva, trasformando un criterio di equilibrio in un cappio burocratico che limita in modo del tutto irragionevole l’autonomia professionale dei medici. Tradotto: si ostacola proprio uno degli strumenti che potrebbe contribuire ad alleggerire le liste d’attesa.

Al Galliera di Genova si tenta addirittura un piccolo capolavoro creativo: scaricare sui costi dell’intramoenia una quota dell’indennità di esclusività, che però con la libera professione non c’entra nulla, essendo già finanziata dallo Stato. Una sorta di partita di giro dove, alla fine, a pagare rischiano di essere sempre gli stessi: i cittadini.

In Umbria è stata invece bloccata l’Alpi allargata, cioè l’attività svolta negli studi esterni convenzionati, creando disservizi e problemi anche per pazienti che avevano già prenotato. Eppure esiste già una norma regionale che permetterebbe alle Aziende di offrire prestazioni in intramoenia a tariffe calmierate per quei cittadini che, a causa delle liste d’attesa, non riescono ad accedere nei tempi previsti al Servizio sanitario nazionale. Ma evidentemente è più semplice bloccare che organizzare.

Non va meglio in Trentino, dove sono stati stanziati 700mila euro per consentire ai pazienti di effettuare prestazioni in intramoenia pagando soltanto il ticket. Peccato che il meccanismo continui ad incepparsi tra percorsi amministrativi farraginosi e la cronica carenza di personale infermieristico. I fondi ci sono, gli strumenti pure, ma la macchina resta ferma ai box.

«Va benissimo cercare in tutti i modi di abbattere le liste d’attesa, ma non può diventare una gara a chi visita più pazienti nel minor tempo possibile, sacrificando sicurezza delle cure e autonomia professionale – dichiara Guido Quici, Presidente della Federazione CIMO-FESMED -. L’ospedale non è una catena di montaggio e i pazienti non sono pratiche da smaltire. E invece di demonizzare l’intramoenia, sarebbe più utile usarla bene, perché può rappresentare una parte della soluzione e non il problema. In ogni caso, finché non si interverrà sull’appropriatezza delle richieste, sul rafforzamento della sanità territoriale e sull’aumento del personale negli ospedali, nessuna guerra alle liste d’attesa potrà davvero dirsi vinta».

 

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