ANAAO ASSOMED e CIMO-FESMED firmano il contratto dell’Area Sanità 2022-2024


In arrivo per 137.000 medici e dirigenti sanitari aumenti dai 322 euro ai 530 euro lordi mensili e arretrati fino a 14.540 euro

Roma, 27 febbraio 2026 – Le organizzazioni sindacali ANAAO-ASSOMED e Federazione CIMO-FESMED hanno firmato questa mattina, presso l’ARAN, il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro dei medici e dei dirigenti sanitari relativo al triennio 2022-2024. Dopo la pre-intesa siglata lo scorso 18 novembre, si è concluso infatti positivamente l’iter di verifica dell’accordo: il contratto può ora entrare ufficialmente in vigore.

In arrivo quindi, per 120.000 medici e 17.000 dirigenti sanitari non medici, aumenti e arretrati, che dovrebbero essere erogati già con le prossime buste paga: gli incrementi retributivi vanno dai 322 euro lordi mensili per gli incarichi professionali iniziali ai 530 euro lordi mensili per i direttori di struttura complessa di area chirurgica. Gli arretrati invece oscillano tra gli 8.710 euro per gli incarichi professionali iniziali e i 14.540 euro per i direttori di struttura complessa di area chirurgica, al lordo dell’indennità di vacanza contrattuale già corrisposta.

«Come abbiamo sempre sostenuto, il CCNL 2022-2024 è un contratto prevalentemente economico che andava chiuso rapidamente per poter aprire il confronto sul CCNL 2025-2027 e riallineare finalmente la contrattazione al triennio di riferimento – dichiarano Pierino Di Silverio, Segretario ANAAO ASSOMED, e Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED -. Va senz’altro in questa direzione l’approvazione, da parte del Comitato di Settore, degli atti di indirizzo necessari a far partire le trattative per il triennio 2025-2027 sia per la dirigenza che per il comparto, che per la prima volta si svolgeranno dunque in parallelo».

«Peccato che questo percorso contrattuale, tra i più virtuosi degli ultimi decenni, non sia accompagnato dalla medesima attenzione da parte della politica, che annuncia di voler premiare l’impegno quotidiano dei professionisti della sanità nel garantire la tenuta del Servizio sanitario nazionale e poi rimanda sine die l’erogazione di tali riconoscimenti. Ci riferiamo – spiegano Di Silverio e Quici – alla mancata adozione, nella legge di Bilancio prima e nel Milleproroghe poi, della norma che avrebbe permesso il pagamento immediato degli aumenti dell’indennità di specificità, già stanziati ma incomprensibilmente vincolati alla firma del contratto 2025-2027. Ancora una volta – concludono – si chiede al personale sanitario di attendere per vedersi riconosciute risorse già disponibili. Un’assurdità che ci auguriamo sia urgentemente superata per dare un segnale concreto di attenzione e rispetto a medici e dirigenti sanitari, assicurando la piena valorizzazione del loro lavoro e la sostenibilità del sistema sanitario pubblico».

 

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Avvio autonomia differenziata, CIMO-FESMED: «Celebriamo il funerale definitivo del Servizio Sanitario Nazionale»


«Invece di intervenire sui criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale per garantire a tutte le Regioni pari condizioni di partenza e strumenti adeguati a conseguire i medesimi obiettivi di salute, si finisce per rafforzare chi è già in vantaggio»

Roma, 19 febbraio 2026 – «Di Nazionale, del Servizio Sanitario, era già rimasto ben poco. Ora, con il primo passo ufficiale verso l’autonomia differenziata compiuto dal Consiglio dei Ministri, che ha approvato gli schemi di intesa preliminare con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto anche sul settore della salute, possiamo celebrarne il funerale definitivo». Lapidario, è il caso di dire, il commento di Guido Quici, Presidente della Federazione CIMO-FESMED, all’avvio del lungo iter legislativo che, se concluso con successo, consentirà alle Regioni di gestire con maggiore autonomia la sanità regionale.

La nota di Palazzo Chigi prevede infatti “la possibilità di riallocare risorse derivanti da efficientamenti della spesa su altri ambiti sanitari regionali”. «Un’espressione che può significare tutto e il contrario di tutto – osserva Quici -. Le Regioni potrebbero scegliere di destinare maggiori fondi al privato accreditato, alle cooperative, all’acquisto di tecnologie, oppure decidere di investire su assunzioni e retribuzioni del personale. In ogni caso, si imprime un’ulteriore accelerazione alla frattura già esistente tra Nord e Sud. Diventa difficile parlare di universalità e uniformità delle cure se accesso ai servizi, qualità dell’assistenza e opportunità professionali variano sensibilmente da territorio a territorio».

Per CIMO-FESMED il nodo centrale resta il finanziamento: «Invece di intervenire sui criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale per garantire a tutte le Regioni pari condizioni di partenza e strumenti adeguati a conseguire i medesimi obiettivi di salute, si finisce per rafforzare chi è già in vantaggio. Tutte le Regioni dovrebbero mettersi ai blocchi di partenza alle stesse condizioni. Invece abbiamo Regioni che sono lepri in evidente vantaggio e altre che sono tartarughe, palesemente in ritardo. Ecco, non possiamo permetterci di dare un’ulteriore spinta alla lepre, lasciando la tartaruga ancora più indietro. In questo modo si crea un abisso in una sanità già altamente differenziata».

«Se poi alcune Regioni avranno la possibilità di assumere più personale sanitario e offrire stipendi più elevati, assisteremo a una migrazione significativa di professionisti dal Sud verso il Nord, giustamente attratti da condizioni economiche e organizzative migliori. Con il risultato di accentuare ulteriormente la desertificazione sanitaria in vaste aree del Paese, con liste d’attesa sempre più lunghe e cittadini costretti a spostarsi per ricevere cure adeguate».

CIMO-FESMED chiede pertanto al Governo e al Parlamento di prevedere garanzie stringenti sui livelli essenziali di assistenza, sulla perequazione delle risorse e sulla tenuta unitaria del sistema contrattuale. «Prima di procedere oltre – conclude Quici – è indispensabile assicurare che nessun cittadino venga lasciato indietro in base al luogo di residenza e che nessun professionista sia costretto a scegliere tra qualità del lavoro e radicamento nel proprio territorio. Senza un forte presidio nazionale, il rischio concreto è che il Servizio sanitario diventi definitivamente un mosaico di sistemi regionali diseguali, lontani dallo spirito originario su cui era stato fondato».

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