Liste d’attesa, CIMO-FESMED: «No a visite rapide come pit stop e penalizzazioni dell’intramoenia»


Quici: «L’ospedale non è una catena di montaggio e i pazienti non sono pratiche da smaltire. E invece di demonizzare l’intramoenia, sarebbe più utile usarla bene. Finché non si interverrà sull’appropriatezza delle richieste, sul rafforzamento della sanità territoriale e sull’aumento del personale negli ospedali, nessuna guerra alle liste d’attesa potrà davvero dirsi vinta»

 

Roma, 11 maggio 2026 – La lotta alle liste d’attesa è diventata il mantra politico del momento. E ben venga: se i cittadini riescono ad ottenere visite ed esami in tempi più rapidi, non possiamo che esserne soddisfatti. Il problema è capire come si stanno ottenendo le riduzioni dei tempi di attesa tanto sbandierate. Perché i medici non sono improvvisamente raddoppiati, gli ospedali non si sono magicamente riempiti di personale e i concorsi continuano troppo spesso ad andare deserti.

Le segnalazioni che arrivano da diverse Regioni al sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED raccontano infatti una realtà meno trionfale dei comunicati ufficiali. A Trento e in alcune Aziende dell’Umbria, ad esempio, per aumentare il numero delle prestazioni si starebbero comprimendo i tempi delle visite e delle procedure, con pressioni sui professionisti che finiscono per trasformare il medico in una sorta di cronometrista della sanità, senza riuscire a dedicare il tempo necessario ai pazienti per ridurre errori, complicanze e inappropriatezze. Ma evidentemente qualcuno pensa che una visita valga quanto un pit stop in Formula 1.

E poi, puntuale come una tassa, arriva il bersaglio preferito: l’intramoenia. Da anni trattata come il male assoluto, nonostante sia spesso una delle poche strade che consentono al sistema pubblico di recuperare prestazioni che altrimenti finirebbero completamente nel privato puro e ai medici di prendere realmente in carico i pazienti, guadagnando – è bene ricordarlo – solo il 30% della tariffa pagata dal paziente: il resto va su varie voci, tra cui un fondo aziendale da utilizzare proprio per l’abbattimento delle liste d’attesa.

In Sicilia, ad esempio, il rapporto tra attività libero-professionale e istituzionale viene calcolato prendendo in considerazione soltanto l’attività ambulatoriale e non quella complessiva, trasformando un criterio di equilibrio in un cappio burocratico che limita in modo del tutto irragionevole l’autonomia professionale dei medici. Tradotto: si ostacola proprio uno degli strumenti che potrebbe contribuire ad alleggerire le liste d’attesa.

Al Galliera di Genova si tenta addirittura un piccolo capolavoro creativo: scaricare sui costi dell’intramoenia una quota dell’indennità di esclusività, che però con la libera professione non c’entra nulla, essendo già finanziata dallo Stato. Una sorta di partita di giro dove, alla fine, a pagare rischiano di essere sempre gli stessi: i cittadini.

In Umbria è stata invece bloccata l’Alpi allargata, cioè l’attività svolta negli studi esterni convenzionati, creando disservizi e problemi anche per pazienti che avevano già prenotato. Eppure esiste già una norma regionale che permetterebbe alle Aziende di offrire prestazioni in intramoenia a tariffe calmierate per quei cittadini che, a causa delle liste d’attesa, non riescono ad accedere nei tempi previsti al Servizio sanitario nazionale. Ma evidentemente è più semplice bloccare che organizzare.

Non va meglio in Trentino, dove sono stati stanziati 700mila euro per consentire ai pazienti di effettuare prestazioni in intramoenia pagando soltanto il ticket. Peccato che il meccanismo continui ad incepparsi tra percorsi amministrativi farraginosi e la cronica carenza di personale infermieristico. I fondi ci sono, gli strumenti pure, ma la macchina resta ferma ai box.

«Va benissimo cercare in tutti i modi di abbattere le liste d’attesa, ma non può diventare una gara a chi visita più pazienti nel minor tempo possibile, sacrificando sicurezza delle cure e autonomia professionale – dichiara Guido Quici, Presidente della Federazione CIMO-FESMED -. L’ospedale non è una catena di montaggio e i pazienti non sono pratiche da smaltire. E invece di demonizzare l’intramoenia, sarebbe più utile usarla bene, perché può rappresentare una parte della soluzione e non il problema. In ogni caso, finché non si interverrà sull’appropriatezza delle richieste, sul rafforzamento della sanità territoriale e sull’aumento del personale negli ospedali, nessuna guerra alle liste d’attesa potrà davvero dirsi vinta».

 

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Avvio trattative contratto 2025-2027 medici e dirigenti sanitari, CIMO-FESMED: «Proseguire su strada tracciata, no a passi indietro»

Roma, 29 aprile 2026 – Si è concluso il primo incontro tra Aran e le organizzazioni sindacali dei medici e dirigenti sanitari, che segna l’avvio ufficiale delle trattative per il rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro 2025-2027 dell’area sanità.

«La riunione si è svolta in un clima cordiale e costruttivo – dichiara Guido Quici, Presidente della Federazione CIMO-FESMED – ma abbiamo espresso forti perplessità sull’atto di indirizzo emanato dalle Regioni, che riteniamo particolarmente insidioso. Il riferimento alle persistenti difficoltà nel garantire la copertura dei fabbisogni di personale non deve infatti tradursi in un arretramento rispetto a conquiste importanti ottenute negli ultimi anni, soprattutto in materia di orario di lavoro, attività fuori sede e pronta disponibilità. Per far fronte alle difficoltà di assumere personale non si può, in altre parole, peggiorare le condizioni di lavoro dei dipendenti aumentandone i carichi di lavoro».

«Il contratto va migliorato nel solco delle ultime trattative, non certo peggiorato – prosegue Quici – altrimenti si rischierebbe di aggravare ulteriormente la fuga di medici e dirigenti sanitari dalla sanità pubblica. Per questo abbiamo chiesto all’Aran di trasmettere una prima bozza di articolato, così da comprendere con chiarezza come intenda recepire i contenuti dell’atto di indirizzo e avviare un confronto concreto nel merito».

«Abbiamo inoltre evidenziato la necessità di una revisione organica della disciplina della libera professione e chiesto che l’affidamento degli incarichi sia reso obbligatorio per tutti, anche nei casi in cui l’Azienda non abbia ancora provveduto alla loro individuazione. Inoltre, riteniamo che le attività di tutoraggio svolte dai dirigenti medici e sanitari debbano essere remunerate con fondi aziendali, e in particolare con le risorse destinate alla formazione. È inoltre fondamentale introdurre definizioni chiare e univoche della terminologia contrattuale, per evitare interpretazioni difformi e garantire un’applicazione uniforme su tutto il territorio nazionale. Un ulteriore elemento di discussione dovrà essere l’introduzione del requisito del 51% della rappresentatività aziendale per la sottoscrizione dei contratti decentrati».

«Sul piano economico – prosegue il Presidente CIMO-FESMED – abbiamo ribadito che finché si resterà vincolati alle risorse stanziate per la funzione pubblica sarà impossibile valorizzare adeguatamente i professionisti. Chiederemo inoltre chiarimenti sulle risorse destinate al finanziamento delle misure di welfare, dal momento che i fondi attualmente disponibili appaiono pressoché inesistenti. Abbiamo poi condiviso l’esigenza di una maggiore valorizzazione della dirigenza sanitaria; tuttavia, non riteniamo che ciò possa avvenire mediante l’utilizzo dei fondi contrattuali. Qualora si voglia, come sarebbe opportuno, avvicinare le retribuzioni dei dirigenti sanitari a quelle dei medici, è necessario che lo Stato intervenga stanziando risorse extracontrattuali dedicate a questo obiettivo. Su questo punto, lo diciamo con chiarezza fin d’ora, la nostra posizione è ferma e non negoziabile», conclude Quici.

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